
Stormi di suore in divisa
estiva costeggiavano il mattino,
e ve le darei sui denti tutte
le leggende sulla bella stagione
calda di consuelo,
e dove sei, dicevo,
che fine hai fatto, amore?,
poi ho preso la funicolare
poi, non ci ho pensato più,
il vestito si appiccava alle cosce
- plastica del sedile arancio -
nel rumore di ferraglia
quanti denti quanti cingoli e catene
di metallo, quanta l’acqua rovesciata
nella borsa, il tabacco rovinato
e la voce nella testa che ripete forte
devi essere forte, sweet child of mine,
e resisti a fronte pura pure se
di pop si muore di politica
nessuno più si azzarda
- è la legge del mercato della carne -
che gli uomini hanno altre priorità
le donne anche, ma a rovescio,
che per scriverti questi versi
ho parcheggiato in sosta vietata,
e ho spento il motore e l’aria
condizionata come sempre
da fattori inesatti.
Non esisti come forma e/o sostanza
dentro il mio percorso, adesso.
Solo a filo di terra
intendi il grano davvero,
dall’alto pare amalgama
di vento, e flessibile sia
il passo anche l’aratro
a retromarcia d’incanto.
Aspettiamo quieti ancora
questa nuova Eucaristia
che ci faccia contrappeso
affranta all’anima affamata
di Vangelo, pane ai denti
raffermi in contrizione.
Tu di me
perdonerai la rabbia slava
di frontiere (di)sperate oltre l’oltre
lo sconfino dei pensieri in torri
ripide di fari, luci e luci
su transenne spari ciechi tanti
giorni da spinare come fossero carciofi,
inforniamo a cucinare un piatto caldo
e che abbia buon odore
di speranza.
E chi l’ha visto Dio stanotte
stava come un leone sul tetto
accanto al camino a scaldarsi le ali
e tendere agguati di fauci magari
ma solo ai passanti facili teoria
di carne disattenta
(mi ha guardata
-la chiesa i lampioni la piazza –
mi ha fatto un occhietto di croci
già spese e finali a sorpresa,
e mi ha lasciata, che andassi
pure a casa in silenzio).
Sono in molti a non capirmi
la grafia, ostinati a complicare
l’evidenza dell’andare lesta a segno
tutto d’aria, la mia Grazia, sole in giugno
combustibile al pensiero e quasi fuoco,
se c’è fuoco d’altri altrove
per l’innesco.
Dipanare il senso musicale dei sogni
che mi sogno a mezze orecchie di volume,
mezzo stomaco notturno di falene,
mezze palpebre posate sopra i globi di lago
(in altrove inconsapevoli girano a sfera esistenze parallele
- ne ho coscienza feroce come di mela soda incisa in fianco a lama fine e fonda –
lasciano scie sinuose di inchiostro,
simulano indelebili memorie di aratro).
Un primo senso è forse smettere l’ansia
di pregnanza, con l’arroganza voluttuosa di ego
bisettrici di se stessi all’infinito,
forse il senso è spegnere in cuffia
il fuori disarmonico che assedia di niente auricolare:
io faccio piano
per gentilezza
fallo anche tu.
Oggi sognavo una casa nuova – stavo al piano più alto – e vento che entrava a turbinare le carte di Alice, tutti i semi mescolati come i nostri umori umani
(la via lattea del tuo che mi di-vieni sulla pelle quando godi)
e gradini a chiocciola da scendere veloce
(sono i tasti del mio piano, sono crome bicromatiche!)
e fluttuavano ai miei piedi, poi si alzavano a volare, giunta in fondo mi elevavano in un vortice di azzurro così liquido a spirale di scale crescenti fino al cielo: respiravo, stavo al centro e mi lasciavo fare.
Questo il senso, forse, scendere è un salire, e in fondo il fondo
che si tocca è soltanto blues di mare;
ti può estinguere i polmoni negli abissi
o portarti a pelo d’acqua, galleggiarti
nella spinta doppia,
fisica e di sale.
La questione è la misura tra gli estremi,
la paura di vertigine nei salti tra le ottave,
è prudenza, temperanza, avvedutezza.
Ma il mio cuore si intristisce a mezze altezze.
Andarsene a passi di neve stanotte
che la luna ha un alone da ostensorio,
quattro raggi a croce greca anemica
e nemica.
Unica sempre a tornare la conta dei morti
recenti e pregressi al dolore attuale del cosciente,
e il tempo non si ritrova, si fotta
Proust e la palude delle frasi sfatte
a girarci intorno.
Questo credo il principio
di addii prescritti, il principio
d’ogni rosa ferita a morte
al culmine di maggio.
Vulnerabile
come erba alta da taglio
sulla pelle
e gambe che corrono
alla cieca.
Scorrono i secoli a seppellirci
ossa sterni e vertebre scollati
e la cetra del costato
senz'ali voce e consonanze
dentro l'eco di memorie
meno ormai che occasionali.
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Con gli accordi spesi e resi
tutto suona alieno al pensiero
che mi univoca e che inciampa
in ogni cavo del digiuno
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amore a morsi mai colmato
nell'attrito della carne
amore antico che atterrisce
nell’attendere il solstizio.