lunedì, 13 ottobre 2008, ore 16:47








Cifro eventi in quanti d’era

e scandisco a piedi lirici ogni rigo

di vissuto, di sperato,

ogni pianto di tempo tagliato.

 




Sono in molti a non capirmi

la grafia, ostinati a complicare

l’evidenza dell’andare lesta a segno

tutto d’aria, la mia Grazia, sole in giugno

combustibile al pensiero e quasi fuoco,

se c’è fuoco d’altri altrove

per l’innesco.

 

 

 

 

 

 



 

nightanday
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mercoledì, 27 agosto 2008, ore 23:08





La dirimpettaia non ne vuole parlare, ma è stata una staffetta partigiana.
Porta l’acqua negli occhi, e ha seppellito un marito alcolista.
Soltanto allora ha smesso la guerra.


(Di colle in colle fuggivano a notte senza un pastore e adulti d’un tratto. Erba alta da taglio, ranuncoli e mitragliette a distanze recenti come echi di giostre come
nemmeno potessero ferire.)


I cannoni antigrandine sparano un poco di aria compressa
a far salve le viti,
mi ha detto un tipo,
chissà cosa mi ero messa in testa,
che tutte sembrano intenzioni grandi
da botto, ma spazzano solo
una porzione di cielo.


Liste nere (e depennare), il libro dei pensieri rossi,
l’erotismo di fazione, copertine in regola e risvolti
ad arte, i formati editoriali che appetiscono,
e questo fatto che mi perdo
tra scaffali e lungo rive a ringraziare
tutti i rovi per le more, e le parole,

oh,

parole,

quelle non so insalivarle più
per dire, sono un bolo del mio fiato
omissione asciutta in gola.


Così ho pianto muta nel rivedere il mare o con una bimba piccina tra le mani, ma tutta la bellezza naturale mi è esplosa dentro quando sua madre l’ha allattata al seno, nel cimitero, tra i fiori freschi e quelli profumati della loro stessa morte.


La fame ti viene nei posti più inconsueti, e io lì ne avevo di un amore che sapesse piangermi, una volta andata.


Ora m’isolo di musica diretta,
e ho un ventaglio aperto a spirale
intorno dai piedi alla testa stecche rigide
un corsetto inappetente,
e se tiro qualche filo di discorso
a fondo il capo libero tradisce,
mi si estirpa come fibra di capelli.


C’è che ho perso la misura del sentire,
non so più chi come e quando,
non ho logica del quanto,
sarà colpa degli ormoni o del riserbo,
di una specie di macello musulmano
goccia a goccia,
ma non riesco a rilasciarmi
con la carne alle parole.



nightanday
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sabato, 09 agosto 2008, ore 22:43




Dipanare il senso musicale dei sogni

che mi sogno a mezze orecchie di volume,

mezzo stomaco notturno di falene,

mezze palpebre posate sopra i globi di lago

(in altrove inconsapevoli girano a sfera esistenze parallele

- ne ho coscienza feroce come di mela soda incisa in fianco a lama fine e fonda –

lasciano scie sinuose di inchiostro,

simulano indelebili memorie di aratro).

 

Un primo senso è forse smettere l’ansia

di pregnanza, con l’arroganza voluttuosa di ego

bisettrici di se stessi all’infinito,

forse il senso è spegnere in cuffia

il fuori disarmonico che assedia di niente auricolare:

 

io faccio piano

per gentilezza

fallo anche tu.

 

 

 

 

Oggi sognavo una casa nuova – stavo al piano più alto – e vento che entrava a turbinare le carte di Alice, tutti i semi mescolati come i nostri umori umani

(la via lattea del tuo che mi di-vieni sulla pelle quando godi)

e gradini a chiocciola da scendere veloce

(sono i tasti del mio piano, sono crome bicromatiche!)

e fluttuavano ai miei piedi, poi si alzavano a volare, giunta in fondo mi elevavano in un vortice di azzurro così liquido a spirale di scale crescenti fino al cielo: respiravo, stavo al centro e mi lasciavo fare.

 

 

Questo il senso, forse, scendere è un salire, e in fondo il fondo

che si tocca è soltanto blues di mare;

ti può estinguere i polmoni negli abissi

o portarti a pelo d’acqua, galleggiarti

nella spinta doppia,

fisica e di sale.

 

La questione è la misura tra gli estremi,

la paura di vertigine nei salti tra le ottave,

è prudenza, temperanza, avvedutezza.

 

Ma il mio cuore si intristisce a mezze altezze.

 

 

 

 

 

 

 

nightanday
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martedì, 22 luglio 2008, ore 15:38





Andarsene a passi di neve stanotte

che la luna ha un alone da ostensorio,

quattro raggi a croce greca anemica

e nemica.

 

 

Unica sempre a tornare la conta dei morti

recenti e pregressi al dolore attuale del cosciente,

e il tempo non si ritrova, si fotta

Proust e la palude delle frasi sfatte

a girarci intorno.

 

 

Questo credo il principio

di addii prescritti, il principio

d’ogni rosa ferita a morte

al culmine di maggio.

 

 

Vulnerabile

come erba alta da taglio

sulla pelle

e gambe che corrono

alla cieca.

 

 

 

 


 

 

 

 

nightanday
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sabato, 17 maggio 2008, ore 22:15



Scorrono secoli a seppellirci
di ossa, sterni e vertebre scollati
e la cetra del costato più senz'ali,
senza corde vocali, e consonanze
  dentro l'eco di memorie occasionali.

Con gli accordi spesi e resi
tutto suona periferico al pensiero
che mi univoca, e che inciampa
in ogni cavo del digiuno
- amore a morsi - mai colmato
nell'attrito della carne,

che atterrisce nell'attendere il solstizio.





nightanday
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martedì, 15 aprile 2008, ore 14:57



già lo avevano capito.
noi no, purtroppo.


"Se dunque in uno stato si onorano la ricchezza e i ricchi, più si spregiano la virtù e gli onesti."

"Un simile stato è per forza non uno, ma duplice: quello dei poveri e quello dei ricchi."

 

Da "La Repubblica", Platone


nightanday
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sabato, 12 aprile 2008, ore 21:24

Mi sono sognata il mare, oggi.

E nel sogno pensavo che non era il posto suo, starsene così, impunito, dove finisce il giardino di mia nonna, e comincia quello dei vicini.

Stava oltre il prugno e l’alloro, il rosmarino e la rosa selvatica, oltre il muretto che si alza a gradini con sopra la rete gialla. Stinta di tempo.

Stava fermo come una sfida a gambe larghe, blu da far spavento.

E nel sogno pensavo che doveva essere stata la pioggia a farlo crescere così e arrivare da lontano - non sono uno scherzo, sette chilometri, nemmeno per un tipo risoluto come il mare - prendendo la strada che porta in cima alla collina di vento. Quel vento che solo lì l’ho sentito. Che la mattina ti sveglia e gira attorno ai muri perimetrali, che rotola i mucchi di erba gialla falciata da giorni, e che dovremmo portarla via.

Nel sogno pensavo che era colpa della pioggia e della casa, che è vecchia, che ci sono invecchiate dentro due generazioni, e la prossima è la mia. Sentivo che era colpa di qualche canale di scolo che non faceva il suo dovere, dovevano pur esserci da qualche parte, o magari il tappo da togliere via, come quello della vasca da bagno.

È troppo vecchio tutto, mi dicevo, anche se forse non sono stati gli anni a portare vecchiaia, ma i muri troppo sottili, che si sentivano tutte le voci del giorno e della notte, gli strilli della madri, il vociare dei padri, l’asma di quello al quarto piano, il ragazzo di sopra che tornava sbronzo e sboccava nel bagno, quando i suoi genitori si accoppiavano e pareva che il letto non dovesse farcela stavolta, invece poi arrivava il cane che li interrompeva, avevano una cagna grande che la faceva sul balcone e loro buttavano giù la merda con il tubo per annaffiare i fiori.

E la signora gentile del terzo piano, quella che mi portava al mare con lei, o a raccogliere i pomodori nella campagna del marito, e mi sarebbe piaciuto di chiamarla mamma, ogni tanto, ma non l’ho fatto, fino a quando le è venuto un cancro cattivo al seno, e allora le ho scritto delle lettere, scrivevo grosso e andavo piano, come a scuola, se no non avrebbe capito la mia grafia, e le scrivevo che le volevo bene, che era come una madre per me. Deve essere colpa del dolore che si contiene a stento nelle vene, il suo, che è una larva che non riesce più a respirare, il mio, che mio nonno pure lui è stato malato e io lo accompagnavo all’ospedale a piedi, perché non avevamo l’automobile, anni di dolore così, e di anni ne avevo 13 o 14, lui sui 70, e aveva fatto la guerra, e mi chiedeva scusa se lo sentivo urlare di dolore, certe volte, fuori dal pronto soccorso.

All’estate sembrava non gliene importasse niente, questo lo ricordo bene. Volava alta sugli ombrelli dei pini marittimi, era azzurra come una madonna smemorata che non ci teneva sotto il velo, la Vergine degli Angeli che solo nella lirica.

Nel sogno continuavo a pensare, e cresceva l’ansia, che dal giardino adiacente tutto quel mare avrebbe potuto traboccare nel nostro. E poi salire fino alle finestre, penetrare in casa, trasformarla in un relitto sommerso, che quando ci entrano con le telecamere vedi ancora i piatti, e le tazzine del caffè, e le bambole con i capelli che fluttuano.

Niente più foto, ho pensato, nemmeno quella di mamma con lo sguardo biondo da sopra la spalla. Troppo biondo per vivere a lungo. Nemmeno quella mia della prima comunione, che ho un vestito bianco da vergine e la brina negli occhi.

E non piango.

nightanday
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domenica, 17 febbraio 2008, ore 22:21



La fame di amore si localizza in alto, sulla schiena.

Tra le spalle, e a salire sul collo.

Là dove, a sera, principia il freddo con i brividi in fila di formiche ad arrampicarsi sulla nuca, nella testa.

Là dove gravano le giornate, e il cappotto assume un peso suo specifico tanto l’inverno è lungo.

Fino al parto sanguigno dell’alba, quando i sensi sono bimbi buoni e puri,

e il cuore si spaventa del tanto tanto intorno che aspetta

affilato a fauci bianche in campo scuro.

 

La coscienza in punta di spillo che ti inchioda

di pochezza troppa e amore che non basta, mai, e sai

che non ce n’è nemmeno tanto che ti sfiora

per paura di chi fugge e non si dice neanche al buio.

 

 

Dio mi soffi amore tra le scapole, e ancora notte intorno,

solo allodole ne flettono la volta qui di casa

dove pratico il destino

 

(ti sia grazie anche per oggi

e per ogni facoltà, la mia più ardita)

 

a farne gloria.

 

 

 

 

 

 

 

 


 

nightanday
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venerdì, 08 febbraio 2008, ore 16:55

                                        

 

                   Le sillabe esatte le ho viste svaporare questa notte

                                nel sonno a morsi di che che non so

(era un sogno di baci interrotto, il primo atto lungo secoli di attesa).

 

                          Facile dirsi, bastano parole ancorate al filo

                           - del resto l’anima è bestia leggera -

                      fino al compimento distrettuale di ogni senso,

                        e i nostri a sapersi, con il cuore a martello.

 

 

                            E che parta il replay dei momenti felici.

 


Portorose, gennaio 2008

nightanday
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mercoledì, 16 gennaio 2008, ore 16:36

 

Una cosa scritta pensando all'amore che brucia. Malatissima. Pure questa, secoli fa.

 

 

SVIRGOLATA  E  INESSENZIALE


 

A vent’anni così bella di sottane
io di nastri fra i capelli tutti i doni
regalati fiori perle baciamano
ma nessuno mai parole come quelle
tue carezze dentro nodi in scioglimento
questo credo perché dopo persa in sere
spine odore baci asfittici assiepati
gelsomini i tuoi strappati nei giardini
senza soldi per perpetuo entrare viole
e rose in fasci ordinazione
ma poesia calligrafia fogli fitti amore
a farmi e dirmi amore a perdifiato.



Sotto calce porticato di calura
bianco d’occhi benpensante
magistrato padre il mio –mai bambina,
mi prometti? mai sposare uno scrittore-
noi giudizio suo in rimbalzo su su presto
vetri alzati manovella fuga altrove
dove festa foto in posa jazz rovente
amore sbronzo farlo ovunque sazio mai
ma puro ancora di domani da venire
fra le dita innamorate seta notte
california la mia carne perdizione
mai risolta la tua prosa trappolare.



Carte zingare in veggenze di destini
che non so non voglio dire troppo breve
calendario del talento tuo annegato
nelle donne di parole  degli amanti
miei sbiaditi scialo ai sensi la tristezza
mai tradita nel rincorrerci di whisky
quando smetti hai sassi al cuore appesi
e tremiti alle mani il tributo
mio d’insania nel calvario di sapere
che nessuno come te mi scrive addosso
amore grande e nei secoli
sentirmi svirgolata e inessenziale.

 

                                           


nightanday
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